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Un anno dopo: riflessioni allo specchio

aprile 19, 2015|Posted in: tantiargomenti - manysubjects

Si può sapere che fine hai fatto?
Praticamente tre mesi di assenza

L’immagine riflessa parla da sola mentre Wgirl si asciuga i capelli
In realtà parla con lei
- Wgirl sto parlando con te!

- Si ho capito, farfuglia a disagio pronta ad arrampicarsi nel cespuglio di scuse
Ma poi decide di arrendersi
- Certe volte è difficile guardarsi allo specchio. Non ero pronta
- Pronta per cosa? replica l’immagine di rimando
- Pronta a capire a confrontarmi
A volte la vita ci scorre davanti e non sempre è facile guardarsi negli occhi e fermarsi ad elaborare.

- Beh, un anno è passato forse è il momento di capire da dove sei partita dove sei arrivata e in che direzione vuoi andare.
- Un anno? È già passato un anno ?
- Eh già, è volato!
- E’ stato un percorso inconsueto che mi ha dato tanto e ora posso dire mi ha cambiata

- E allora come ė?
- “Come ė” cosa?
- Come ė vivere in Pakistan?

- La verità è che non lo so
Non so rispondere a chi mi chiede com’ė vivere in Pakistan
Non saprei da dove iniziare anche se a distanza di un anno di permanenza ė tempo di bilanci e riflessioni:

ci sono quelli che “ce li hanno mandati” e tra questi quelli che aspettano chetantoquattroannipassanoinfretta e gli altri del magariimparopurequacosa.
Poi ci sono quelli amenonpiace anche se non hanno visto niente e anche chi platealmente esordisce con i francesismi “cetunamerde ” anche se poi scopri che l’unica uscita la fanno al Serena ( hotel di lusso ). I pochi ėunpaesedasfruttare e i molti questinoncapiscononiente

Io sono tra quelli che cisonovenuti perché ci volevano venire ma di passaggio. Per poi scoprire che tre mesi sono pochi per capirne qualcosa e che allora bisogna starci un po’ e poi ancora un pochino per arrivare al punto di sapere che se so di non sapere come ė vivere qui ė perché sono passata attraverso il fascino del nuovo e del diverso al voglioimpararequalcosa per poi percorrere i questinoncapiscononiente, al nonc’ènientedinuovoqui,e … maforsesonocambiataio.

E allora perché il Pakistan?
Fai volontariato?
Perché nell’immaginario collettivo chi viene in un posto come questo o ce lo hanno mandato o viene a fare volontariato.
Chi non c’ė mai stato immagina un Paese in uno stato di guerra perenne, devastato, bombardato impoverito dove gli abitanti vivono nelle case di fango abbandonati a se stessi e alla loro ignoranza.
Non lo nego. È una facciata di questo Paese. Ma ė una medaglia che ha più di due facce, ė una moneta multiforme

Questo ė un viaggio lento dove le sensazioni te le vivi piano piano e dallo sentirsi catapultata in un Paese che per certi versi assomiglia a un “ritorno al passato” con strade fangose e poveri a iosa.

A volte sembra che gli alieni del futuro abbiano fatto delle incursioni lasciando strascichi del loro passaggio come i cartelloni pubblicitari dei centri commerciali megagalattici, dove comprarsi una giacca, per la quasi totalità degli abitanti, ė un lusso. A pochi passi altri negozi che a me ricordano quelle botteghe di tanti anni fa in Italia. Una sorta di mercerie dove c’ė di tutto e di più il bello e il brutto, tesori nascosti e paccottiglia ammassata in scatola impolverate.
E di polvere qui ce n’ė davvero tanta.
Ma anche lusso, tanto lusso … in mezzo alla polvere.

La verità ė che non si tratta di un viaggio mordi e fuggi di quelli in cui poi qualche volta si racconta di persone speciali, santoni e saggi che ti cambiano la vita oppure dove si resta delusi o sorpresi da ciò che ci si aspettava.

Quando la realtà diventa la tua realtà, tutto continua a vivere sotto una coltre di normalità.

La preghiera della moschea accanto che comincia alle cinque del mattino. Il silenzio che avvolge i quartieri bene intervallati solo dagli uomini che passano in bicicletta e che propongono i servizi per la casa, una sorta di arrotino o aggiusta tutto che emanano un suono inconfondibile che rimbomba nelle strade e che si confonde col tutto diventando quasi sordo.
Mettere il velo-togliere il velo a seconda del mio umore, del luogo, delle circostanze.
Il “dupata”? Ormai una estensione di noi stesse come donne e che per me a volte diventa una sciarpa, a volte un copricapo che mi ripara dal freddo e da sguardi indiscreti e a volte rimane semplicemente li, buttato nel sedile dell’auto perché fa pure troppo caldo o per la libertà di poter scegliere se indossarlo o meno.

Si vive con la consapevolezza di un luogo dove coesistono tante diversità: donne colorate e in nero, svelate – a mezzo velo – smanicate – con burka. Uomini con chaval kamiz (vestito tradizionale) oppure vestiti all’occidentale.

Una zona in cui l’elettricità va e viene in una sorta di alternanza come a ricordarci che non tutto ė scontato e che si vive in un territorio dove c’ė ogni cosa e anche niente: ville, case di fango e case spartane- centri commerciali, negozietti, mercati e discariche abusive dove capita- auto di lusso e veicoli scassati, regole non scritte nel traffico cittadino con semafori e dossi non segnalati, lavori per la costruzione della metropolitana e profonde buche sull’asfalto, polvere, fango e viali alberati- moschee, chiese, colonie cristiane, colonie afgane, tempi indù..,

- Che cosa hai imparato ?  Rimanda lo specchio di riflesso

In realtà un anno mi sembra poco rispetto alle esperienze che avrei voluto vivere ma alla fine è così che doveva essere.
Un anno di quotidianità pakistana per capire che non importa dove si è ma come si è.

In realtà il Pakistan le ha insegnato ad avere più pazienza, ma questo lo ha capito solo alla fine quando si è fermata a raccogliere le idee.
A sapere che la vita non è tutta pre organizzata ma che comunque noi decidiamo in parte del nostro destino… e che le lotte con i mulini a vento sono faticose.

Che Inshallah (che Dio voglia) non è un modo di dire tradotto letteralmente, ma che lasciarsi trasportare dalla volontà divina rende tutto più facile e piacevole e che “accettare” non è solo un verbo nel dizionario.

Che trovarsi in un Paese straniero ed essere accolta le ha permesso di ricambiare questo sentimento e di riconoscere nell’ “altro” che una fraintesa arrendevolezza spesso cela una grande dignità, pazienza e una leadership gentile.

Non è stato facile trovare una collocazione tra l’essere cortese e l’imporsi per essere considerata autorevole e non autoritaria, creare un equilibrio tra l’ ottenere e il dare rispetto, sviluppare un atteggiamento tra il dare di matto, (come nel traffico), e accettare che il tutto è cosi come è, tra la rabbia e il lasciar andare.
È’ stato necessario passare da uno stadio all’altro e mixare più elementi contrastanti oppure mantenere un’attitudine in un paese e decidere di usarne un’altra in un altro posto.

Ci è voluto anche un momento di elaborazione tra il perdere la bussola e riprendere coscienza di ciò che si è senza farsi travolgere dagli eventi.

Lo specchio la riflette così, con lo sguardo perso nel vuoto mentre rivive un anno di cambiamenti.

Perché Wgirl ė cambiata e forse è venuta qui anche per questo: vivere in luogo completamente diverso dal proprio dove però ha ritrovato molte affinità.

Vivere sulla propria pelle la metamorfosi: abbandonare la propria zona di comfort percorrendo i diversi stadi dell’ampliamento della propria identità culturale. Dalla osservazione della diversità a quella delle similitudini, dalla serena accettazione delle novità allo scontro a un livello più profondo, dal passare dalla resistenza del cambiamento delle proprie abitudini al decidere di preservare una parte importante di se e dei propri valori cedendone un’altra al presente e a ciò che sarà.

-In che cosa sei cambiata?
Chiede l’immagine
Penso che la mia comunicazione sia più diretta meno filtrata e più spontanea

- Cosa ė stata la cosa che ti ė piaciuta di più ?
Sapere che stavo imparando qualcosa che non conoscevo e mi poteva essere utile

Cosa ė stato più facile ?
Innamorarsi della complessità del luogo

Cosa ė invece stata una sfida?
Comprendere la complessità del luogo almeno in parte

Dove stai andando?
Resterò ancora un po’ qui per poi proseguire il mio viaggio  verso luoghi fisici e non, inesplorati.

Cosa ti porti a casa?
La consapevolezza che ogni luogo può essere casa basta entrarci dentro con entrambe le scarpe.

:)

 

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I am Wgirl a wanderer and a wonderer. I am also a F.A.A. (Female Alien Abrod) and a freelance writer who travels across cultures. Usually I live on "Planet Italy", a weird place sometimes even for me, where i deal daily with uncertainty, creativity and coffee:) When i travel i know that I know nothing. I am curious and inquisitive about the differences between people, about the local traditions and habits and how my life would be… if i were born here.