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Dare di matto nella quotidianità, riscoprire il proposito del viaggio e la propria identità: humor e riflessioni

gennaio 8, 2015|Posted in: foto- pictures, racconti di wgirl - wgirl's stories, tantiargomenti - manysubjects

Forse questa città ha iniziato a starle un po’ stretta e l’avvicendamento giornaliero della stessa routine la attanaglia, la logora…

Fatto sta che ultimamente Wgirl ha conservato il suo sorriso,(che tanti fraintendimenti le provocava), ha messo su un uno sguardo accigliato-disapprovante e ha iniziato (probabilmente) a dare di matto:
- È che lei vuole spendere poco signora.
- Poco? Le sembrano pochi 700-1000 dollari per affittare un appartamento?
Ma dove siamo?
- Beh in effetti ci sarebbe anche un anno di caparra anticipata.
- Un cosa? (Destabilizzando l’agente immobiliare con lo sguardo)
- Vanno bene anche sei mesi
- solo in Pakistan!!!
Si sente vociare imboccando l’uscita!!

Probabilmente è la sensazione di essere la gallina da spennare che non le va, sorprendendosi della sua reazione amplificata (ed ecco perché da quando ė tornata è ancora ospite a casa del suo collega Milio).

E quindi, qualche giorno dopo in libreria, dopo 20 minuti in cui osservava sofferente il commesso che prendeva le misure della carta per fare i pacchetti che infine decideva di tagliarla al centro in modo da sprecarla tutta:
- Ehm senta per il prossimo pacchetto può tagliare la carta della giusta misura? Il resto mi serve.
Dopo altri 10 interminabili minuti in cui il commesso apponeva lo scotch sul pacchetto con meticolosa precisione, decideva poi di prendere la suddetta carta e di tagliarla al centro.
- Eh no mi scusi, così la spreca tutta!
Guardi qui se la taglia così impacchetta altri due libri. Vede? Così e poi così. Ecco si mi sa che faccio io. Le viene pure il fiocchetto!

Forse la quotidianità degli ultimi due mesi l’ha duramente messa alla prova ed ora è una “espatriata doc” di quelle che si vedono in giro tra lavoro-hotel/ piscina, lavoro hotel/pranzo, club, casa, shopping e ora …. guida pure!
- Questi sono tutti matti!
“Già” devo guidare a sinistra e va beh, ma guarda questo … beep!!
Non ci credo non è possibile. Ma dove l’hanno presa la patente?
- beh mi sa che la maggior parte la patente non ce ha!
- Ah! anche questo è vero, Zeta!
Guarda non so chi ti ha detto che nel mondo siamo tutti uguali ma non è vero!
- da te questo proprio non me l’aspettavo!
- Certo che non siamo tutti uguali c’è chi sa guidare e chi dovrebbe restare a casa!
- beeeeeeeeep!!!

E mentre il seme dell’intolleranza si radica nella ordinaria routine, in pasticceria:
- senta vorrei una scatola con la plastica dentro che separi i biscotti.
- Questa?
Il commesso le porge una scatola
(Dov’è la plastica? Qui c’è solo il cartone !)
- Ehm no, sa una mia amica ieri mi ha portato una confezione di dolci e so che l’ha presa qui. Vorrei la stessa scatola.
- Questa ?
( Questa è di latta!!!)
- Mmh no non è questa
Zeta gli puoi spiegare in urdu per favore magari non ci capiamo.
- AuliuletulileBlemBlum!
Il commesso la guarda ancora sorpreso
- Scusi allora la scatola?
(Sembra una statua di sale )
- È finita ! Decide infine impassibile.
- Ma le avevate vero?
Silenzio
- mmh, non lo so, risponde dopo un po’ apaticamente.
- tornerò ! Aggiunge minacciosa, mentre il commesso la ringrazia.

Wgirl sa che la percezione del tempo è diversa, che il lasso temporale, a volte, risulta solamente a lei prolungato tra la domanda e la risposta, che alcune espressioni lette come indifferenza probabilmente hanno un altro significato, ma la piantina dell’intransigenza cresce relegandola ad uno stadio di primitiva irritazione!

- Che ti succede?
Sussurra Zeta, pazientemente

Sono stufa, credo che questa città inizi a starmi stretta, voglio vedere il vero pakistan!

Beh anche qui c’è il Pakistan, forse tra la ricerca della casa, la rincorsa del lavoro e lo shopping…. hai smesso di vederlo.

La quotidianità può prendere il sopravvento e lasciarci vivere come ipnotizzati in qualunque posto ci si trovi.
Per Wgirl ultimamente gira in un circuito impazzito dove tutto si riavvolge e si ripete come a rivivere la stessa giornata ad una velocità raddoppiata nella timorosa attesa che il tempo finisca, non basti, e si ri-inizi da capo.

- è una sorta di trottola in cui io giro ma gli altri vanno lenti, troppo lenti per me … È come se mi rubassero il tempo
- il tempo, sempre il tempo. (Esclama Zeta sorridente) È ricorrente. Il tempo non esiste disse Einstein!
- perché non era mai stato in Pakistan! Replica Wgirl, recuperando un sorriso.
- È come se avessi accelerato perdendo il ritmo con la gente, con i posti, col gusto di capire….

- Succede. A volte basta solo ricordarsi il significato, una parola, l’idea o principio che ti ha guidato qui.

È stato allora che tutto è rallentato alla velocità del pakistan al ritmo di un respiro profondo connesso al proprio presente.

È stato allora che si è osservata in tutti gli specchi che le passavano accanto …

Non mi sono mai considerata una espatriata tranne che per questi ultimi due mesi di noia. Piuttosto una girovaga che curiosa in giro per il mondo. Una che se la gode e fa una vacanza un po’ più lunga decidendo di vivere la vita di ogni giorno come se fosse nata qui.

È che la diversità ė talmente tanta che non ė facile decidere dove sarei nata.

Sarei nata a casa di Ala che ha una bella casa a due piani, due autisti, un cuoco, la colf, due figlie, un marito e una vita da donna indipendente che lavora?

Oppure a casa di Danial, vivendo assieme a tutta la sua famiglia con madre padre fratelli, sorelle, cognate e bambini: tutti a casa della famiglia del marito come è tipicamente nelle famiglie pakistane. I mariti appunto lavorano e contribuiscono all’economia familiare, i matrimoni sono stati combinati tra le famiglie come avviene generalmente, e gli sposi,(che non si incontrano se non nel giorno delle nozze), ė probabile si conoscessero in quanto parte del parentado essendo cugini di primo o secondo grado. La casa ė semplice, con ampie stanze pochi arredi, letti e qualche tappeto. Decorosa e pulita, la dimora ė rallegrata dalle voci dei tre bambini che giocano e dalle donne affaccendate in cucina mentre preparano manicaretti di quello che c’ė. Qui si fa fatica ad avere più di pochi abiti per ciascuno e un po’ di privacy ma a tutti viene data la possibilità di studiare.

Potrei essere nata qui e non sentirmi pakistana, come Salman mi dice spesso, ma parte di una diversa etnia come i Pasthun (tipicamente in origine rifugiati afgani), chiamati talvolta in maniera dispregiativa ” Pathan” qui in Punjab, anche loro con loro regole e codici ancora diversi da quelli Pakistani.

Oppure potrei far parte di quella parte di migliaia di poveri che circondano, con case fatiscenti, la città d’oro. Anche qui bisognerebbe poi distinguere tra le varie categorie di poveri da quelli che raccolgono la spazzatura per poi selezionarla e vendere alcuni pezzi, a quelli che vendono le pannocchie di mais cotte per strada, ai “labours” (lavoratori), che affollano alcune vie seduti uno di fianco all’altro. Lavorano saltuariamente e attendono tutto il giorno per strada in attesa che qualcuno li chiami a svolgere qualche lavoretto in casa mentre alla sera viene offerto loro e a chi non se lo può permettere, un pasto, da alcune associazioni caritatevoli.

Potrei essere Aisha che assume il ruolo di studentessa per noi e per la sua famiglia anche se ė palese che si occupa di tutt’altro, essendo spesso in compagnia di ricchi pakistani ed espatriati che lei ci dice le fanno dei regali! Viene da un villaggio e vive con le sorelle poco fuori dalla città e dove qualche volta manca il gas per riscaldarsi o per cucinare.

Oppure, Alina la sua vicina di casa che indossa un lungo scialle bianco che le copre il capo ed è una di quelle donne che “obbedisce”, assieme alle cognate, alla regola non scritta della sua famiglia di non uscire di casa, ma quando i mariti non ci sono assaporano un po’ di libertà passando per il terrazzo della vicina che finge di non vederle.

Azhar ė cristiano, ha un buon lavoro in un ufficio e nonostante questo non si può permettere spesso la carne o l’aria condizionata quando l’estate ė torrida. Vive con la moglie e due bambini, i suoi genitori e i fratelli con le loro famiglie e i bambini. Gli chiedo se si sente discriminato per la sua religione. Mi dice di no, lui lavora in un contesto internazionale e i suoi vicini di casa sono musulmani con cui ha un ottimo rapporto.
- ho molti amici musulmani, alcuni vengono a trovarmi per Natale e lo festeggiamo assieme ė un momento da condividere, ed io vengo invitato per l’ Eid ( festività musulmana). Cosa ne penso della discriminazione? Ė vero esiste, leggo i giornali e in alcune parti del paese accadono cose orribili, ma a me e alle persone della mia comunità non ė mai capitato. Viviamo nel rispetto reciproco.

Potrei essere una di queste donne che incontro per strada Sarah, Kadija, Fatima…
Donne invisibili, protette e nascoste liberamente o meno da una cappa nera. Nel mio immaginario sembrano avvolte nel silenzio e nel limbo di un’età indefinita, lasciandomi sorpresa e affascinata quando ho il privilegio (in quanto donna e sopratutto nei bagni dei centri commerciali) di scoprire cosa c’è dietro la “maschera” che svela quasi sempre donne belle, giovanissime e un mondo colorato fatto di chiacchiere, risate e di una elegante pacatezza che traspare dal modo in cui cullano i propri bambini. A volte escono assieme a sorelle o amiche che non indossano nemmeno il velo (dupata) o che più arditamente scelgono di vestire all’occidentale con un maglioncino e un paio di jeans.

Oggi incontro nuovamente Hassan. È da tanto che non lo vedevo. Hassan è gay, si veste, si trucca da donna e si fa chiamare Sonia. Si aggira tra i tavoli dei ristoranti locali all’aperto, nel mercato. Inizia a ballare di fronte alle famiglie o ai gruppi di giovani maschi che vergognandosi o divertiti le danno qualche soldo per andarsene.
Ha un aspetto vissuto ma mantiene ancora la dolcezza della sua giovane età. Dopo averle offerto il pranzo diverse volte, quando passa ci saluta dignitosamente e non si accosta mai a chiedere niente. Siamo noi a doverla chiamare per farci compagnia.

Se fossi Musa potrei essere invece uno di quei bambini che mi rincorrono tra le bancarelle del mercato o per strada, vestiti di stracci e di un finto broncio, strappati alla loro infanzia e addestrati a raccogliere denaro.
- Signora ho fame! Dammi qualcosa per mangiare. Mi dice dall’alto dei suoi sei anni di esperienza.
Mi allontano e torno con un vassoio di cibo comperato lì accanto. Mi guarda sorpreso ma prende il cibo e accorrono altri bambini- mendicanti a fare una pausa merenda.

Mi passa accanto un uomo, che pare abbia cento anni e probabilmente ne avrà cinquanta mentre infreddolito è avvolto di una lunga coperta si aggira su un carretto di frutta trainato da un asinello più vecchio e acciaccato di lui, circondato dal frastuono dei veicoli e del traffico cittadino.

Come ti chiami? Mohamed signora.
Quanto vuoi per andare al centro commerciale? Quello che vuole lei signora! Mohamed avrà si e no 30 anni portati male e non è mai una buona idea dire <va bene> senza fissare il prezzo (che poi sarà il triplo) prima di salire nel suo taxi di colore ex-giallo, scassatissimo – puzzolente e dove per abbassare il finestrino bisogna chiedergli la maniglia e inserirla nell’ingranaggio.

Una donna attraversa e va verso casa: un villaggio fatto di fango letteralmente, dove la porta ė una piccola tenda sporca che lascia trapelare il freddo e una vita difficile da immaginare.

Potrei proprio essere la bambina con il vestito rosso, quella che ė seduta al tavolo del ristorante avrà nove anni e mi sorride. Noto che ė seduta da sola con altri due bambini più piccoli vestiti con abiti eleganti. Lei no. Ha un velo dignitoso e scarpe bucate. Ė stata presa a servizio, da un villaggio probabilmente, per badare alla casa e ai bambini. Mi osserva affascinata, la saluto e va via lasciando l’ impronta di un’ eredità fatta di caste che questa “nuova India” ancora mantiene.

Potrei essere pure questa elegante coppia nella caffetteria qui al centro con autista-in-attesa, (dove il nostro pranzo costa circa la metà dello stipendio mensile del loro chokidar cioè guardiano-autista-tuttofare nelle case pakistane) e che appena mi siedo vicino, comincia a parlare inglese ignorando che io sono italiana.

A discapito dei pochi che valorizzano e difendono le tradizioni e la cultura, parlare Urdu ė considerato da molti, sconveniente o poco elegante.

A me ricorda un po’ i racconti del dopoguerra in Sardegna quando si doveva imparare l’italiano e non il Sardo che era considerato un dialetto. Certamente allora aveva un senso, ma con il tempo si stava perdendo l’ uso e la peculiarità de “sa limba” (*la lingua) che oggi ha recuperato la sua dignità anche a livello letterario internazionale.

Per poter parlare di cultura dobbiamo partire dalla lingua. Gli eschimesi ad esempio hanno una miriade di parole per poter descrivere la neve e come ci sono espressioni che esistono solo in sardo e che rappresentano il carattere di un popolo così è anche in urdu.

- Sembra di essere in Europa vero?
Tania ė bellissima, ha lunghi capelli neri lucenti è una carnagione olivastra radiosa.
- Si un pochino, i tavolini all’aperto fanno questo effetto
- Lo dirai che il Pakistan non ė così come viene dipinto nei telegiornali occidentali?
- Io già lo dico, anche se ritengo che come in quasi tutti i Paesi del mondo c’ė una minima parte di popolazione che se la passa piuttosto bene, ha studiato e contribuisce (o può farlo) alla crescita del Paese. Bisogna però ricordare che a maggior parte se la passa piuttosto male e che ancora si senta il “puzzo”dell’eredità della colonizzazione e che alcuni mantengono consciamente o meno i vantaggi che ne derivano.

<Molte persone mi chiedono come straniera cosa potrei fare per questo Paese. Credo che ognuno quando vive in luogo debba fare la sua parte.

Ma la risposta che mi viene spontanea ė quella famosa di Kennedy: … che cosa potete fare voi per il vostro Paese… per costruire opportunità, uguaglianza e orgoglio? L’orgoglio di parlare la vostra lingua, di proporre un aspetto del Paese che vi assomigli e che dica chi siete “Voi”e come ciò che siete può essere per “Noi” un arricchimento. Credo che siate voi a dover fare questo sforzo.

Forse bisogna fare un passaggio per capire il valore di ciò che si ha, come quando negli anni ’80 in Italia, bellissimi e antichi edifici pubblici, strade ciottolate e tradizioni culinarie (in quest’ultimo caso fortunatamente la cucina italiana ha resistito e continuato a deliziarci) hanno fatto posto a un periodo di transizione che ha dato corpo a orribili fabbricati (che ancora ci teniamo) a strade asfaltate e ora piene di buche che hanno rovinato l’aspetto storico dei piccoli centri e a “nuovi sapori per l’uomo alla moda” che hanno dato vita ai cosiddetti fast food. Allora ci voleva una boccata d’aria che corrispondesse alla nuova crescita economica: il moderno! Era l’attrazione per ciò che luccicava e sembrava nuovo bello e pulito, ma era uno status symbol.
Il Pakistan ė la culla del falso: orologi, famosi brand di abbigliamento, perfino gli alimentari vengono contraffatti a dovere. Ma ė ciò che avete qui di originale che ė da preservare, che ė parte della cultura e vi rappresenta. Ciò che ė vero ha un valore intrinseco e monetario molto più di una brutta copia! >

Questo è quello che sentiva forse perché nella sua identità culturale ricorda cosa si prova a portare la lettera scarlatta.

Un marchio, il peso di una colonizzazione secolare difficile da scrollarsi di dosso: vivere in una terra bellissima, discriminata e saccheggiata, possedere un profondo patrimonio culturale ed essere tacciati di ignoranza, parlare una lingua dura, pesante, imbevuta delle sofferenze della sua storia e avere un’attitudine introversa come un burka che celava e proteggeva una personalità umile, generosa e orgogliosa.

Così, non tanto tempo fa eravamo noi Sardi o così in parte ci dipingevano. Oggi, (anche se a volte ce ne dimentichiamo) ci stiamo riappropriando di quella identità nascosta, della nostra lingua e ancora c’è tanto da fare.
Credo che sia accaduto svelando noi stessi, accettandoci e amando ciò che siamo, diventandone orgogliosi e imparando che ciò che gli altri chiamavano “difetti” rappresentano invece la nostra unicità.

Cosa vedo qui? Vedo tanti specchi, molto di me, di noi, di un passato che torna.
Forse è per questo che a volte mi va di restare e a volte di fuggire.

Ma quello che vorrei trovare è un po’ di quella verità celata a noi stranieri, ancora di quella diversità che mi vorrei portare a casa, così facile da intuire tra pakistani, tra chi respira l’aria della stessa famiglia. Una famiglia enorme, chiassosa, complessa, discorde che ritrova la sua armonia e la sua unità nel momento della preghiera e nelle moschee, e forse, un punto di partenza.

Qui un estratto dell’ultimo discorso del Profeta Maometto tenuto nel 631 D.C. Pochi mesi prima che morisse nel 632 D.C. a 61 anni.

“Non fare del male a nessuno così che nessuno faccia del male a te … Aiuta i poveri e vestili come vestiresti te stesso…E’ vero che hai determinati diritti per quanto riguarda le tue donne ma anche loro hanno dei diritti su di te. Trattale bene perché loro sono il tuo sostegno…
Adora Dio, recita le tue preghiere, elargisci le tue ricchezze caritatevolmente…

Tutta l’umanità viene da Adamo ed Eva, un arabo non ha superiorità su un non-arabo, né un non-arabo ha alcuna superiorità su un arabo; anche un bianco non ha superiorità sopra un nero né nero ha una superiorità su bianco se non per pietà e buona azione.
Impara che ogni Musulmano ė un fratello per ogni Musulmano e che i Musulmani costituiscono una fratellanza.”

* i nomi delle persone sono stati modificati.

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I am Wgirl a wanderer and a wonderer. I am also a F.A.A. (Female Alien Abrod) and a freelance writer who travels across cultures. Usually I live on "Planet Italy", a weird place sometimes even for me, where i deal daily with uncertainty, creativity and coffee:) When i travel i know that I know nothing. I am curious and inquisitive about the differences between people, about the local traditions and habits and how my life would be… if i were born here.